La Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia


La Jugoslavia è sempre stata una nazione soggiogata dalla politica imperialistica di altri Stati come la Repubblica di Venezia o l’ Impero austro-ungarico.

Soltanto dopo la prima guerra mondiale la Jugoslavia divenne uno stato indipendente sotto la denominazione di Regno dei Serbi, Croati e Sloveni; esso dopo il 1929 prenderà il nome di Regno di Jugoslavia.

Nel 1937 a Mosca si discusse sulla situazione del Partito Comunista Jugoslavo (che al tempo aveva sede fuori dal territorio nazionale) e sulla scarsità dei risultati ottenuti. All'interno del Comintern si pensava che la soluzione migliore fosse l’eliminazione del partito, ma un compagno  detto Walter sostenne che tra comunisti e operai ci fosse un nucleo pronto alla lotta, e che le classi operaie e contadine nutrissero grande simpatia per i comunisti. Le responsabilità degli insuccessi erano da attribuire ai dirigenti del partito, mentre una direzione capace e radicata nel territorio avrebbe riunito del fila dell’organizzazione a quel tempo dichiarata illegale. Lo scioglimento del partito avrebbe creato solo danni. Nell’ottobre del 1937 le tesi del compagno Walter vennero accettate. Walter era in realtà Josif Broz Tito. Iniziò così una vasta propaganda illegale contro le politiche secessioniste del Partito Contadino Croato appoggiato da Mussolini.

Il 25 marzo 1941 a Vienna venne deciso il passaggio di truppe tedesche in Jugoslavia e la creazione di basi naziste da usare come teste di ponte per invadere poi l’URSS. Due giorni dopo alcuni ufficiali dell’aviazione conclusero le manifestazioni di protesta contro i tedeschi con un Colpo di Stato e l’assunzione al trono di Pietro II.

Il 5 e 6 aprile il governo Sirović concluse un Patto di amicizia con l’URSS, e negli stessi giorni le truppe naziste e fasciste ricevettero l’ordine di attaccare la Jugoslavia. Il 6 aprile 1941 Belgrado fu rasa al suolo da un bombardamento proditorio della Luftwaffe che costò oltre 20.000 morti.

A Zagabria gli ustaša di Ante Pavelić entrarono in città con i tedeschi e dichiararono l’indipendenza della Croazia. Le truppe di Pavelić, seguendo l’idea della “Grande Croazia” e appoggiati dalla chiesa (e dal Vaticano) seguirono una politica di conversione verso i serbi a partire dalla religione, con il passaggio dall’ortodossia al cattolicesimo, con una vera e propria “croatizzazione” della cultura e della società. Chi non accettava, la maggioranza a dire la verità, veniva rinchiuso in campi di concentramento a volte gestiti anche da frati francescani.

Subito si attivò la resistenza e subito si formarono sostanzialmente due gruppi, i četnici guidati da Draza Mihailovic, ulteriormente divisi al loro interno, e i partigiani di Tito. Per semplificare la più che complicata situazione di gruppi politici all’interno della Jugoslavia si possono individuare 3 movimenti:

- četnici: appoggiavano il re in esilio a Londra e erano aiutati dagli italiani. Combattevano contro partigiani (per le idee politiche diverse) e contro ustaša e tedeschi per il mantenimento della monarchia e l’unità del Paese;

- ustaša: appoggiati dai nazisti combattevano i četnici in quanto serbi e i partigiani;

- partigiani, con l’idea di Repubblica Federale, combattevano contro tutti.

In realtà le idee politiche di Tito non erano chiare all’inizio. La tattica militare era molto singolare: mai combattere scontri diretti con grandi unità nemiche, muoversi in piccoli gruppi indigeni (gli order), creare dei territori liberi dove attuare i principali diritti democratici e in caso di attacco nemico abbandonare il territorio, ma lasciando la cultura comunista alla popolazione locale. Solo con la continuazione della guerra si creeranno le Brigate Proletarie formate da più order.

Partigiani e četnici cercarono di arrivare anche a degli accordi nel 1941, ma fu impossibile per le idee politiche diverse tra i due leader. Oltre allo scontro ideologico si inseriva in questo contesto anche lo scontro etnico. Sempre nel 1941 Tito fonda il Partito comunista in Albania.

Nel 1942 le idee di Tito divennero più chiare, la costituzione di una Federazione Jugoslava e la creazione di una Federazione Balcanica con Bulgaria e Albania, prima attraverso accordi multilaterali e poi con accordi bilaterali con gli altri Stati. Nel 1942 Tito inviò il maresciallo Tempo nel sud per creare un comando integrato con bulgari, macedoni e greci.

Tra il 1941 e il 1942 il PCJ creò l'JNA (Esercito Popolare Jugoslavo), mentre nel novembre dell'anno successivo i partigiani si diedero anche un'organizzazione politica, l’AVNOJ (consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia) che si dichiarò Parlamento Provvisorio di Jugoslavia.

Dopo l’8 settembre 1943 gli alleati decisero di aiutare i partigiani in quanto formazione più attiva nella lotta contro i nazisti. I četnici ormai non potevano più contare sulle truppe italiane allo sbaraglio che si univano ai partigiani o cercavano di tornare in Italia o che venivano deportate nei campi di concentramento nazisti in Germania e Polonia (come accadde all’intera divisione Murge). Gli unici a combattere per la libertà della Jugoslavia erano i partigiani. Il 20 ottobre 1944, dopo il ricongiungimento dell'esercito popolare jugoslavo con due armate sovietiche presso Negotin sul Danubio, ebbe luogo la liberazione della capitale e quella sistematica di tutto il paese.

Dopo la vittoria della guerra la Jugoslavia, ormai una Federazione Socialista, firmò degli accordi con l’Albania per l’unificazione della pianificazione e della moneta.

Nel 1947 nacque il Cominform che riuniva i partiti comunisti d’Europa. Per le proteste contro le politiche di alcuni partiti come quello francese e italiano e per lo scontro con Stalin sull’idea di Federazione Balcanica, la Jugoslavia di Tito venne cacciata dal Cominform il 28 giugno del 1948.

Tra il 1946 e il 1949 venne finanziata la guerriglia comunista in Grecia, ma dopo le accuse di Titoismo, il comandante dei comunisti ellenici, Marcos, fu costretto a rinunciare gli aiuti jugoslavi, con la conseguente sconfitta dei comunisti greci.

In campo agricolo si sviluppò intanto la piccola proprietà terrena. Nel 1949 essa venne abbandonata per passare alla collettivizzazione; a sua volta peraltro abbandonata nel 1953 per poter tornare alla situazione iniziale.

In campo industriale nel 1950 prese avvio l’autogestione delle fabbriche (che distingue la Jugoslavia da tutti gli altri paesi comunisti).

Tra al 1952 e il 1953 venne ricercati accordi con Grecia e Turchia per un Patto Balcanico, che si ruppe nel 1955 a causa della questione di Cipro. Nello stesso anno, dopo la morte di Stalin, si riallacciarono i legami con l’URSS, ma si sviluppò anche l’idea di un terzo movimento internazionale slegato dalle sfere d'influenza della Nato e del Patto di Varsavia. A Bandung con l’aiuto di India ed Egitto nacque dunque il Movimento Dei Non Allineati.

Nel 1956 Tito appoggiò la rivolta ungherese, che porterà a una nuova e definitiva rottura con l’URSS.

Tra gli anni 50 e gli anni 60 si ebbe un grande boom economico nel Paese grazie anche all’apertura al turismo straniero e alla concessione dei passaporti. Si diedero anche maggiori poteri a comuni e Repubbliche per ciò che riguardava la gestione del sistema amministrativo e fiscale. Nel 1965 vi fu un'ulteriore apertura economica con l’abbandono del controllo dello stato sul settore terziario e l’ampliamento dell’autogestione anche in questo settore. Nei due anni successivi si svilupparono delle crisi etniche che Tito riuscì comunque a controllare.

Nel 1968 si verificò un cambiamento nelle politiche difensive del paese con l’introduzione della leva obbligatoria e l’insegnamento della guerra partigiana anche nelle scuole dopo le reazioni sovietiche alla crisi di Praga dello stesso anno.

Dal 1974 si ebbe un ulteriore decentramento amministrativo grazie anche alla riforma costituzionale approvata nello stesso anno, vennero aumentate le autonomie alle Repubbliche e il diritto di veto e l’autonomia completa a Kosovo e Vojvodina.

Il 1975 fu l’anno dell’apertura al commercio estero e l’anno successivo quello dell’ampliamento dell’autogestione a tutti i settori.

Nel 1980 Tito morì e ci si avviò ad un sistema di rotazione annuale delle cariche in tutti i settori. Intanto l’imperialismo americano dell’amministrazione Reagan e del Fondo Monetario Internazionale attaccarono la Jugoslavia, gli USA pretendevano infatti il pagamento dei debiti internazionali. Questo costrinse la Jugoslavia a chiudersi da un punto di vista economico, proprio quando si sviluppavano le nuove tecnologia.

Nel frattempo crescevano nuovi conflitti etnici il che portò a scrivere un documento sulla concezione herderiana della nazione basata sul sangue e sull’etnia e non sui diritti civili e sociali. Questo documento venne sviluppato soprattutto in Serbia dove a capo del Partito Comunista Serbo c’era Slobodan Milošević, mentre nelle altre Repubbliche il documento non fu accettato. In Serbia intanto nascevano politiche di odio verso il Kosovo.

Mentre la Serbia intendeva avere maggiori poteri, in Slovenia il sogno era quello della completa autonomia e della libertà di mercato.

Nel 1989 Milošević modificò la costituzione Serba per ridimensionare l’autonomia del Kosovo, proclamando al tempo stesso la politica di assedio verso la Serbia. Venne così annullata ogni autonomia al Kosovo.

Nel 1990 si tennero elezioni in Slovenia e Croazia con la sconfitta dei comunisti. Con le sanzioni americane all’Iraq, con cui la Jugoslavia commerciava, si aprì una grossa crisi economica. Lo stesso anno si sciolse la Lega Dei Comunisti Jugoslavi (che aveva sostituito il vecchio PCJ) e si pensò a uno spostamento della popolazione.

L'anno successivo si ricercò un accordo tra le Repubbliche, ma ciò fu impossibile dai concludersi perché la volontà di tutti era la spartizione del Paese. Dopo vari boicottaggi di elezioni e legami con accordi tra le Repubbliche, il 25 giugno Slovenia e Croazia dichiararono l’indipendenza. L’esercito jugoslavo attraversò la Slovenia per salvaguardare i confini della Federazione. Era l’inizio della fine. Da qui dilagò il conflitto etnico che per anni insanguinò i Balcani e distrusse quel sistema economico e sociale che tanto aveva fatto per il paese e per la sua popolazione in passato. Un altro paese che dopo la caduta del comunismo è entrato in una crisi economica e politica e che ancora oggi non è conclusa.

Dal 1995 la Bosnia è divisa in due entità diverse. L’intervento della NATO in Jugoslavia a "sostegno delle popolazioni civili" è dovuto alla mancanza di obbiettivi dell’organizzazione stessa dopo la caduta dei paesi socialisti. Con la caduta del sistema socialista la Nato non aveva più motivo di esistere. Pur di rimanere con un piede in Europa essa è invece intervenuta in un conflitto locale in un territorio nel quale non aveva alcuna ragione di farlo.

Sempre moderna rimane la frase di Tito: … se restiamo uniti non dobbiamo avere paura di niente”.


 Tito e alcuni membri dell'AVNOJ a Drvar nel 1944

I partigiani entrano in Belgrado liberata

Tito durante un comizio dopo la liberazione

Un'immagine del compagno Tito

Una statua di Tito nella croata Kumrovec, sua città natale

 

 

Nel 1948 si verificò la rottura della Jugoslavia con l'Unione Sovietica, dovuta a cause plurime: innanzitutto Tito e compagni si ricordavano di come Stalin durante la guerra avesse cercato di frenare l'entusiasmo rivoluzionario jugoslavo; l'eccessiva egemonia sovietica sul PCJ; l'opposizione sovietica agli aiuti del piano Marshall e alla progettata confederazione con Albania e Bulgaria. Nonostante ciò, riteniamo che la Jugoslavia sia stata un grande paese che ha sperimentato un nuovo e originale percorso di costruzione di una società socialista, multietnica, solidale, più unita e più giusta. Non a caso l'imperialismo americano e il vaticano hanno complottato quasi 50 anni per distruggere la RFSJ, dalla protezione accordata ai criminali di guerra come Pavelic, alla beatificazione dei preti cattolici collaborazionisti come Stepinac, al sostegno ai separatisti croati, bosniaci e kossovari (a quel tempo, non più di 6 anni fa, Bin Laden era ancora un freedoom fighter, un combattente per la libertà contro i "barbari bolscevichi"), fino all'aggressione aperta, immotivata, della primavera del 1999. In quell'occasione il nostro partito, il Partito dei Comunisti Italiani, fu l'unico a a spendersi concretamente per evitare la guerra, attraverso il viaggio di Armando Cossutta a Belgrado per incontrare Milošević. In quell'occasione il PdCI, pur opponendosi in ogni modo all'aggressione della NATO, venne invitato dai dirigenti jugoslavi a rimanere all'interno della maggioranza governativa, dal momento che una fuoriuscita dei comunisti dal governo italiano avrebbe avuto come unica conseguenza la formazione di una maggioranza centrista ancora più supinamente appiattita sulle volontà aggressive degli USA (un eventuale intervento terrestre). Per noi la lotta dei partigiani comunisti jugoslavi contro gli invasori nazi-fascisti e i loro servi ustaša e domobranci, al prezzo di sacrifici immensi e di stragi immani sono invece per noi ancora oggi un magnifico esempio di guerra di Liberazione nazionale, di guerra antimperialista. La Resistenza Jugoslava fu la più grande d'Europa, sette offensive in tre anni portate da due armate tedesche non valsero a piegarla. Gli eredi della barbarie fascista, coloro che straparlano dei presunti crimini dei partigiani e sono fautori dell'ignobile revisionismo che trasforma le vittime in aguzzini e gli aguzzini in vittime, dovrebbero rendere conto della distruzione di Kraguievac (oltre 7000 morti in un sol giorno), del bombardamento di Belgrado, dei lager croati di Jasenovac e di quelli italiani come Gonars e Arbe in cui morirono migliaia di internati antifascisti, sloveni e croati. Per non parlare delle stragi perpetrate dai fascisti di Mussolini nei villaggi sospettati di attività partigiana.

"Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani".
Benito Mussolini, 1920


ALCUNI LINKS:

Come si crea una mistificazione storica: dalla propaganda nazifascista, attraverso la guerra fredda, fino al neoirredentismo

Operazione foibe a Trieste - di Claudia Cernigoi, Edizioni Kappa Vu, Udine 1997

Una seria ricerca storica sulle "foibe" triestine, assai utile per farsi un'idea chiara di quanta disonesta malafede sta alla base del gran parlare di foibe che improvvisamente anima forze politiche di destra e purtroppo anche di sinistra e istituzioni della Repubblica Italiana.

 

 

Coordinamento nazionale per la Jugoslavia - Italijanska Koordinacija za Jugoslaviju

 

Nato Crimes in Yugoslavia - Le distruzioni della Nato sul territorio della RFJ

 

La verità sulle foibe - Un intervento di Marco Ottanelli che chiarisce fatti e misfatti fuori della propaganda di Alleanza Nazionale. Dal sito della federazione aquilana del PdCI.

Fascist Legacy - Un documentario della BBC del 1989, mai trasmesso dalla RAI, sui crimini dei fascisti italiani nella Jugoslavia occupata.

Crimini di guerra - La repressione operata dalle forze armate italiane in Libia, Etiopia e nei paesi occupati durante la seconda guerra mondiale.   

Roma, Stadio Olimpico, 10 aprile 2005 - Incontro Lazio-Livorno. La curva della Lazio

Ecco i soggetti che sono interessati a strumentalizzare la faccenda delle cosiddette fojbe. Tutti coloro che in buona fede credono all'ossessiva propaganda anticomunista e alla demonizzazione dei partigiani jugoslavi dovrebbero perlomeno fermarsi un attimo e riflettere.

 

SMRT FAŠISMU, SLOBODA NARODU

Morte al fascismo, libertà ai popoli

 


 

Zelo mi je zal
da nam ne vlada vec marsal
kajti ce se vladal bi
boljse bi ziveli vsi
in ne samo izbranci
kot nasi si poslanci.
Zato vrni se Tovaris Tito
in pospravi to elito.